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Un breve post per segnalare che ho trasferito il mio blog al nuovo indirizzo http://sittingduck.tta.it  Qui troverai il mio ultimo post: Crisis management: 10 cose da sapere su come viene utilizzato Twitter nelle situazioni di crisi e di emergenza

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#MPS David Rossi: dopo mesi di silenzio emergono le responsabilità? #crisispr #siena

Era calata una strana cappa di silenzio intorno alla vicenda del Monte dei Paschi di Siena e alla tragica morte di David Rossi, primo direttore della comunicazione suicida nella storia del nostro paese.

Lo scorso 7 marzo avevo scritto un post su questa drammatica vicenda sottolineando come a mio giudizio David Rossi fosse stato lasciato troppo solo. Il Fatto Quotidiano pubblica oggi un articolo che non solo conferma quella mia valutazione evidenziando “lo stato d’animo in cui Rossi era ormai costretto a vivere” ma che fa emergere per la prima volta le pesanti responsabilità dei vertici di Rocca Salimbeni, in testa quelle dell’Amministratore Delegato Fabrizio Viola, che sembrano aver ignorato le sue palesi richieste di aiuto.

Un clima di tensione estrema quella che si viveva in quei giorni nella sede MPS di Siena con un David Rossi chiamato a gestire uno tsunami mediatico sentendosi, secondo quanto scrive Il Fatto, “escluso dalle informazioni sensibili della banca”.

Tre brevi considerazioni di natura tecnica sulla gestione e comunicazione di crisi:

  • non è possibile essere chiamati ad occuparsi di comunicazione di crisi senza avere accesso alle informazioni e alla verità
  • non è possibile gestire una crisi in una condizione psicologica instabile
  • in una crisi è responsabilità del top management assicurare un lavoro di squadra e supervisionare l’integrità psicologica di quanti sono coinvolti nella gestione

Crisis management #crisispr: qualche riflessione sulla vicenda #Adecco #waytowork #80days

Dopo Ferrero e il caso del World Nutella Day ecco ora Adecco al centro delle proteste della rete, accusata di aver “rubato” un concept di campagna marketing denominata “Around the World in 80 jobs” a un giovane travel blogger americano.

La Storia

La storia di questa vicenda la racconta Turner Barr in questo post sul suo blog e in questo video su YouTube. Turner è un travel blogger che gira il mondo provando diversi lavori e documentandoli poi sul suo blog. Adecco avrebbe copiato il suo concept senza contattarlo e senza chiedere il suo permesso e avrebbe lanciato un concorso internazionale con lo stesso nome e con le medesime caratteristiche registrandolo con un Trademark.

Le Reazioni

L’iniziativa di Adecco ha suscitato le ire della rete con oltre 1.200 commenti sulla pagina Facebook Way to Work dedicata al concorso in poco più di 48 ore. Commenti estremamente negativi non solo in merito all’iniziativa ma anche molto critici dei toni della comunicazione utilizzati dalla società svizzera nei suoi 2 post dedicati all’argomento. Lo stesso è accaduto su Twitter con migliaia di twit contrassegnati con l’hashtag #makeitright #80jobs #adecco e la comparsa di un account @AdeccoWay2Steal

La strategia di comunicazione di Adecco

Devo sinceramente dire che non mi è assolutamente chiaro se Adecco abbia sviluppato una strategia di comunicazione per gestire questa problematica oppure no. Certo lasciare che sul sito del concorso continuassero a scorre in automatico fino a poche ore fa i Tweet con hashtag #adecco, non denota una gestione particolarmente attenta.

Adeccowaytowork

L’azienda si è premurata di rimuovere dalla rete un video promozionale realizzato a supporto della campagna in cui un attore impersonerebbe lo stesso Turner. Sfortunatamente il video realizzato da Adecco è stato reso nuovamente disponibile online a dimostrazione che pensare di controllare la rete è semplicemente utopico.

Ironico infine, come ha sottolineato qualcuno sulla pagina FB Way to Work, che il sito del concorso Adecco proponesse ai visitatori una funzione di valutazione della propria reputazione online. Evidentemente nessuno ha pensato di riorganizzare i contenuti della pagina.

Net Rep

La pagina del sito Way to Work di Adecco propone una valutazione della propria reputazione digitale https://www.adeccowaytowork.com/en/career-center/tools/181

Alle domande rivolte all’azienda sulla vicenda via Twitter, Adecco ha risposto rinviando alla posizione ufficiale che si ritrova sia nei post su Facebook sia in alcune pagine riservate all’ufficio stampa su diversi siti aziendali, con qualche eccezione. Sotto la posizione in francese. Un testo freddo senza firma, discutibile nei suoi contenuti e utilizzabile forse in un contesto di ufficio stampa ma sicuramente non nell’ambito dei social media.

Adecco position

Per quanto riguarda Facebook, Adecco sembra aver deciso, correttamente, di non rispondere individualmente ai membri della comunità che protestano sulla pagina del concorso. Per altro è opportuno notare che la protesta non si è al momento allargata alle altre pagine FB dell’azienda, anche se è presto per escludere che questo non accadrà nelle prossime ore.

Evidentemente al momento l’azienda ha ritenuto opportuno lasciar sfogare gli animi nella speranza, o nella convinzione, che alla fine la vicenda si risolverà in una bolla di sapone “social”. Tuttavia bisogna chiedersi se 48 ore e più di silenzio sono destinate a sgonfiare la protesta o ad alimentarla ulteriormente tanto più che la posizione espressa da Adecco nella sue dichiarazioni è piuttosto debole.

Contaminazione dei media tradizionali

Nel caso della Ferrero, che dopo aver avviato un procedimento legale contro Sara Russo, la giovane blogger rea di aver inventato e organizzato il “World Nutella Day” ha poi rapidamente fatto marcia indietro davanti alle reazioni presumo impreviste di media sociali e tradizionali, la notizia era rapidamente tracimata dal mondo dei social media ai più autorevoli quotidiani internazionali tra i quali anche Business Week, ABC News e il New York Times. Nel caso Adecco la notizia/protesta è destinata a fare lo stesso salto? E’ abbastanza probabile.

I valori dell’azienda

La vicenda Adecco-Turner Barr deve anche essere analizzata nel contesto dei “valori” che il  gruppo Adecco dice di condividere e che sono ben visibili nella sezione Responsabilità Sociale presente su tutti i siti dell’azienda. In particolare scrive Adecco Il nostro impegno è dunque di guadagnare la fiducia e la lealtà dei nostri colleghi, dei clienti, degli azionisti, delle comunità in cui operiamo nonché di ciascuno di noi, svolgendo il nostro lavoro conformemente a questo Codice di Condotta aziendale e ai nostri valori fondamentali di rispetto, responsabilità, onestà e integrità.” 

Alla luce di questa vicenda se questi “valori” sono solo di facciata o se qualcuno all’interno dell’azienda li ha semplicemente “dimenticati”.

Qualche riflessione sul caso

Al di là di quelle che possono essere le strategie di comunicazione di Adecco per gestire questa issue sui media sociali e oltre, e di un analisi/critica puntuale delle stesse, il caso si presta per condividere qualche riflessione personale:

  • Fosse accaduto 10 anni fa il caso Turner Barr sarebbe probabilmente rimasto avvolto nell’ombra. Oggi grazie alla rete e ai media sociali il grido di dolore di uno diventa la protesta di molti. La contaminazione tra media sociali e media tradizionali amplifica ulteriormente gli eventi.
  • Non è ancora chiaro se l’iniziativa di marketing avviata da Adecco sia stata pensata all’interno dell’azienda o acquistata da un’agenzia esterna. Difficile comunque credere, come ha sottolineato qualcuno sulla pagina FB del concorso, che nessuno si sia preoccupato di utilizzare Google per controllare che un’iniziativa analoga non fosse già stata avviata da altri anche considerando che l’azienda ha incaricato un importante studio legale di registrare il concorso con un TM.
  • La reputazione aziendale dipende da diversi fattori. La coerenza tra valori aziendali e comportamenti è di fondamentale importanza ai fini della reputazione delle organizzazioni.
  • Le informazioni, una volta comparse in rete, sono indelebili.
  • Nell’ambito delle organizzazioni e delle imprese si stanno creando  “silos” tra chi si occupa di marketing, marketing digitale e comunicazione d’impresa. Questi steccati sono estremamente pericolosi poiché sottraggono ai responsabili della comunicazione e relazioni pubbliche quelle funzioni di “controllo” e “indirizzo” che sono proprie della funzione di RP che vede tra i suoi principali obiettivi proprio quello di tutelare la reputazione aziendale.
  • Il management aziendale continua, per la stragrande maggioranza, a non comprendere i cambiamenti epocali introdotti dai media sociali, i livelli di trasparenza da questi indotti, e troppo spesso affidano le funzioni aziendali preposte alla loro gestione a persone troppo giovani che forse dimostrano grandi capacità di marketing digitale ma una scarsa sensibilità agli aspetti più sofisticati della comunicazione e della gestione delle relazioni.
  • Singoli e organizzazioni possono commettere errori. E’ parte della natura umana. Ma oggi più che mai è necessario saper riconoscere i propri errori e intervenire con autorevolezza e tempestività per correggerli.

Gestione e comunicazione di crisi: qualche riflessione sull’uso di Twitter #crisispr

Non vi è dubbio che l’evoluzione delle piattaforme di comunicazione sociale o “social media”  ha, nel corso di pochi anni, profondamente trasformato l’approccio alla comunicazione e gestione di crisi. I media sociali infatti, pur non avendo modificato la metodologia relativa alla comunicazione di crisi che resta sostanzialmente invariata, hanno introdotto elementi di complessità e di velocità impensabili solo 5 anni fa.

La crescita dei media sociali impone a chi si occupa di comunicazione e gestione di crisi un’approfondita riflessione “ex ante” sui rischi e sulle opportunità offerte da ciascuna piattaforma, un focus su quali eventualmente utilizzare, su come utilizzarle nel corso delle diverse fasi della crisi, sulle risorse umane necessarie per gestirle efficacemente, sull’integrazione delle strategie di comunicazione sui media sociali nel contesto più ampio delle strategie di crisis management e crisis communication.

Prendendo spunto dall’attacco terroristico perpetrato in occasione della Maratona di Boston, desidero condividere qui alcune riflessione sull’uso di Twitter in situazioni di crisi e di emergenza e su come stanno cambiando le dinamiche relazionali su questa piattaforma.

Twitter è ufficialmente nato nel luglio 2006 e si è rapidamente affermato come uno dei principali media sociali. Oggi cresce al tasso di 1 milione di nuovi account al giorno, 11 ogni secondo. Non solo. Twitter ha contribuito in maniera determinate all’affermazione del “citizen journalism” ovvero la capacità di qualsiasi individuo dotato di uno smartphone di testimoniare in tempo reale eventi che si verificano sotto i suoi occhi. Molti osservatori hanno quindi proclamato la morte delle agenzie stampa tradizionali soppiantate per velocità da milioni di individui in grado di documentare, con parole e immagini, eventi  direttamente dal campo e in tempo reale.

Per rispondere a questa evoluzione i principali media, dalle agenzie stampa alle televisioni, hanno attivato modalità di ascolto e interazione con l’obiettivo  di intercettare i testimoni sul campo e integrare i loro racconti nello story telling mediatico.

Sul lato opposto, gli stakeholder istituzionali si sono organizzati nel tentativo di “attivare la rete” alla ricerca di informazioni vitali ai fini delle indagini (per es. Twitter #BostonManhunt) o della messa a fuoco del quadro operativo.

Se fino a ieri consideravamo le agenzie stampa “il brodo primordiale dell’informazione” oggi non vi è dubbio che il brodo origina su  Twitter dove, nel caso della Maratona di Boston si sono riservate le testimonianze di quanti si trovavano per strada incluse le foto, le conversazioni riservate trasmesse sui canali della polizia intercettate con comuni App per iPhone, le comunicazioni ufficiali delle autorità. Ma se ieri il brodo primordiale era mediato dalla professionalità del giornalista chiamato a verificare le fonti prima di pubblicare le notizie, oggi la disintermediazione dell’informazione e l’evoluzione tecnologica implicano una grande rapidità, accompagnata spesso da una quasi totale mancanza di verifica. Segnalo qui l’interessante articolo di Emily Banks su Mashable che affronta molti interessanti aspetti.

Non vi è dubbio che ci troviamo nel mezzo di quello che nel 1997 (!) David Shenk chiamava “data smog”. Secondo Shenk l’innovazione tecnologica e la rete avrebbero messo a disposizione un volume incredibile  di informazione – solo Twitter genera 175 milioni di tweet al giorno – rendendo molto difficile se non impossibile per il comune cittadino distinguere tra fiction e realtà. Sempre secondo Shnek, la comunicazione sarebbe diventata istantanea, la conoscenza abbondante, e le nostre vite sarebbero state condizionate dall’esigenza di gestire la crescente mole di informazioni disponibili. Ed è proprio questo incredibile volume di informazioni che Shenk chiama “data smog” e che a suo avviso rischia di compromettere la nostra performance e aggiunge stress alle nostre vite.

Una visione profetica. In una situazione di crisi i nostri comportamenti sono da un lato caratterizzati dalla spasmodica ricerca di informazioni ma, nel contempo, fatichiamo a gestire la velocità e il volume delle stesse. Un esempio: durante l’annuncio da parte del Presidente Barack Obama della morte di Osama bin Laden nel 2011 Twitter ha registrato 306,000 tweet al minuto ovvero 5,100 tweet al secondo!

In questo contesto è quindi più che mai necessario per aziende e istituzioni accreditarsi sulla piattaforma sociali, in questo caso su Twitter, come fonte autorevole di informazione. Quello che la Maratona di Boston insegna infatti è che immersi nello smog delle informazioni gli utenti del servizio ricercano le informazioni presso quelle che a loro giudizio sono le istituzioni, gli individui o le organizzazioni che considerano “autorevoli” o che nel contesto specifico acquisiscono autorevolezza.

L’autorevolezza su Twitter si acquisisce ben prima di affrontare una crisi. Un buon piano di preparazione alla gestione di crisi non può infatti prescindere dall’organizzazione della propria presenza sulle diverse piattaforme sociali con strategie ad hoc. Ciò premesso è opportuno sottolineare i 7 fattori principali che contribuiscono, nell’ambito della comunicazione di crisi, ad affermare la propria autorevolezza su Twitter:

  • la centralizzazione dell’informazione – un problema molto comune in Italia soprattuto per quanto riguarda il mondo istituzionale. Parlare con una sola voce è di fondamentale importanza al fine di evitare incongruenze e contraddizioni nelle comunicazioni che distruggono la credibilità dell’organizzazione
  • la frequenze dei twit – contribuire regolarmente al flusso informativo dandosi scadenze precise, trovando il giunto punto di equilibrio tra informazioni poco e troppo frequenti
  • il contenuto informativo dei twit – portare “valore” alle conversazioni condividendo le informazioni di cui si è in possesso e che sono di interesse per la comunità
  • il contenuto emotivo dei twit – evitare la freddezza burocratica, dimostrare considerazione per gli eventi e per quanti vi sono coinvolti
  • il numero di “opinion leader” che seguono – per essere autorevoli bisogna essere “seguiti” da persone considerate “autorevoli”
  • la partecipazione – ascolto delle conversazioni e correzione in tempo reale di informazioni non corrette o false
  • la capacità di interagire – partecipazione al dialogo

Quando il silenzio interrompe la comunicazione: il suicidio di David Rossi, #MPS #CrisisPr

Ieri sera alle 22 mi è giunta una notifica sul cellulare: David Rossi, direttore comunicazione del Monte dei Paschi di Siena si era tolto la vita. Mi si è gelato il sangue. Ho pensato alla sua famiglia. Ho pensato alla nostra professione.

Quando alcuni mesi fa scoppiò il caso Monte dei Paschi mi interrogai ancora una volta sul nostro ruolo di professionisti della comunicazione. Messi sotto inchiesta sia l’ex direttore generale MPS Antonio Vigni sia il responsabile dell’area legale per “false comunicazioni agli organisimi di vigilanza” suggerii ad alcuni colleghi che il prossimo nella lista non avrebbe potuto che essere il responsabile comunicazione, e perché no anche l’agenzia di RP qualora ne avessero utilizzata una. Ero stato anche tentato di scrivere un post proprio su questo argomento ma avevo poi desistito. Ecco perchè la notizia di ieri sera è stata ancora più scioccante.

Nessuno saprà mai quali sono i veri motivi che hanno spinto David a compiere un gesto così estremo.

I drammatici eventi di Rocca Salimbeni ci impongono tuttavia qualche sintetica riflessione, perchè dalle tragedie bisogna sempre poter trarre qualche insegnamento.

Burattini o burattinai?

Per anni ci siamo tutti crogiolati nell’idea che finalmente la “comunicazione” fosse stata accettata dal management come “leva strategica” dell’impresa. Abbiamo pensato che il professionista della comunicazione avesse finalmente acquisito il suo giusto “status”: rispettato, ascoltato e perché no, anche consultato dal top management. Oggi dobbiamo invece seriamente chiederci se quello che è prevalso non è il peggiore dei modelli di comunicazione ovvero quello che vede nello “spinning” ovvero nella “manipolazione” dell’informazione la sua finalità. Siamo quindi tutti ignari burattini al servizio del burattinaio di turno? O peggio siamo protagonisti attivi e consapevoli della manipolazione delle informazioni?

Il crisis management è una questione di cultura

Dalle pagine di questo blog ho più volte sottolineato che il crisis management non  si improvvisa e che un efficace gestione di crisi dipende in gran parte dalla “cultura d’impresa”. Monte dei Paschi di Siena è stato travolto da uno tsumani di proporzioni storiche. Ma chi si è preoccupato della gestione di crisi? Che cosa ha fatto il nuovo top management per gestire al meglio questa difficile situazione al di là di averla portato allo scoperto? E’ stata costituita un’unità di crisi con il pieno coinvolgimento del top management? Sono stati chiamati dei professionisti a supporto?

Uno degli elementi più complessi da gestire in una situazione di crisi è la dimensione psicologica. In una determinata situazione nessun individuo reagisce allo stesso modo. A volte, persone che nella quotidianità sembrano fragili, in situazioni di difficoltà danno il meglio di loro stessi. A volte vice versa. Vi è comunque sempre bisogno di un gruppo coeso e affiatato e di una chiara leadership.

Mi sembra che David Rossi, stimato professionista, sia stato lasciato solo. Solo a gestire una paurosa onda mediatica le cui proporzioni sono probabilmente comprensibili solo a chi si occupa di comunicazione. Solo a gestire le perquisizioni della Guardia di Finanza nel suo ufficio e presso la sua abitazione. Tutto questo in un momento drammatico della sua vita come lo è la perdita di un padre.

Se David Rossi non fosse stato lasciato solo, se qualcuno avesse avuto il buon senso di allontanarlo concedendogli un periodo sabbatico, lui così legato al precedente management, forse e dico forse, non saremmo qui a meditare – da professionisti della comunicazione – su quanto è accaduto.

Oggi non resta purtroppo che rivolgere alla moglie e ai due figli un affettuoso quanto triste pensiero.

Commissione Grandi Rischi: caso l’Aquila, condannata la comunicazione di crisi #crisispr

Soccorritori in occasione del tragico terremoto dell’Aquila

Non vi è ormai alcun dubbio che la tematica della comunicazione di crisi ha fatto il suo ingresso nelle Procure e nei Tribunali italiani. Dopo le dure parole pronunciate dal Procuratore Generale della Toscana, Beniamino Deidda in occasione del disastro della Costa Crociere (vedi miei precedenti post) che ha pubblicamente rinfacciato all’azienda la “scarsa preparazione a gestire l’emergenza” ecco che il Tribunale dell’Aquila condanna a sei anni di reclusione – contro i 4 chiesti dall’accusa –  i membri della Commissione Grandi Rischi che parteciparono alla riunione del 31 marzo 2009 sugli eventi sismici all’Aquila. Sul banco degli imputati, a differenza di quanto hanno scritto molti, non tanto la “scienza” per la sua incapacità di prevedere il sisma quanto piuttosto per la sua scarsa capacità di comunicare.

Un rapporto complesso quello tra “scienza e società” (segnalo qui l’ottimo lavoro svolto in questo ambito da Observa) in un paese, l’Italia, dove gli scienziati non sono in grado di parlare un linguaggio comprensibile e dove la popolazione vede con diffidenza tutto quello che di scientifico viene comunicato.

Condanna quindi (senza appello in questo caso) per la gestione della comunicazione da parte della Commissione Grandi Rischi che, come ben hanno scritto su sieditiscrividuelettere ha comunicato male, fornendo un’informazione non corretta e causando comportamenti conseguenti da parte della cittadinanza.

L’Amministratore Delegato di Costa Crociere Pier Luigi Foschi

ll caso dell’Aquila ripropone quindi con forza il tema della gestione di crisi mettendo bene in evidenza un aspetto fondamentale di questa complessa materia: la gestione delle tempistiche e delle modalità della comunicazione ma soprattutto la scelta dei toni e delle parole. Un tema questo che era già stato ben analizzato dalla collega Mariella Governo in un articolo pubblicato sul sito FERPI in occasione della disastrosa gestione di crisi da parte dell’Amministratore Delegato di Costa Crociere Pier Luigi Foschi ed evidentemente dal suo team di comunicazione.

Ma se è vero che dalle esperienze di gestione di crisi è necessario trarre degli insegnamenti per il futuro, allora è opportuno segnalare che la sentenza del Tribunale dell’Aquila potrebbe aver giocato un ruolo importante nella gestione di crisi da parte del Governatore del New Jersey Chris Christie in occasione dell’arrivo dell’urgano Sandy.

In un interessante articolo pubblicato da Forbes, Richard Levick affronta proprio il tema del “tono” della comunicazione adottato nei confronti della cittadinanza dalle autorità americane, ed in particolare da quelle del New Jersey, in occasione dei recenti eventi metereologici che hanno colpito la costa Est degli Stati Uniti. Secondo Levick si può concludere che il tono della comunicazione adottato dalle autorità americane sia stato condizionato propria dalla condanna inflitta qualche giorno prima dal Tribunale dell’Aquila ai membri della Commissione Grandi Rischi.

La domenica pomeriggio antecedente l’arrivo di Sandy, il National Weather Service del New Jersey ha emesso un avviso (advisory) – scrive Levick – con la chiara intenzione di “spaventare e scioccare” quanti resistevano all’idea di evacuare le proprie case. Emesso utilizzando caratteri scritti in maiuscolo, l’avviso conteneva un linguaggio che ha sorpreso – per tono e schiettezza – molti esperti di comunicazione:

“SE SIETE RILUTTANTI, PENSATE ALLE PERSONE A VOI CARE, PENSATE AI SOCCORRITORI CHE NON SARANNO IN GRADO DI RAGGIUNGERVI QUANDO IN PREDA AL PANICO CHIAMERETE PER CHIEDERE AIUTO, PENSATE ALLE SQUADRE DI SOCCORSO CHE VI SOCCORRERANNO SE SIETE FERITI O CHE RECUPERERANNO I VOSTRI RESTI SE NON SOPROVVIVERETE”

Un messaggio fortemente evocativo, in grado di colpire immediatamente l’immaginario di ciascuno di noi e di condurci quindi all’azione.

L’advisory proseguiva poi sulla stessa falsa riga utilizzando espressioni come “Sandy è di portata storica”, “sarà quasi impossibile non rimanere feriti”, “Sandy è molto pericoloso” invitando in conclusione la popolazione a “prendere tutte le precauzioni necessarie”.

“La calibrazione” della comunicazione in una situazione di crisi, come ben sottolinea Richard Levick nell’articolo, è un elemento fondamentale del processo di comunicazione in situazioni di emergenza che – aggiungo io – non può essere lasciato all’improvvisazione e al dilettantismo. Tale processo è il risultato di un’attenta e scrupolosa scelta delle parole usate, dalle modalità di trasmissione del messaggio e dello stile di comunicazione di chi svolge il ruolo di portavoce.

Davanti alle tragedie umane siano esse reali o potenziali dove sono in gioco vite umane, l’improvvisazione e il dilettantismo dilaganti nel nostro paese – anche in tema di comunicazione – non possono e non devono trovare spazio.

E ancora una volta è bene sottolineare che “improvvisazione” e “dilettantismo” si combattono solo attraverso l’avvio di processi culturali che pongano al centro delle organizzazioni, siano esse imprese o enti pubblici, una cultura della gestione del rischio alla cui base deve necessariamente esserci la preparazione prima ancora della prevenzione. Non a caso il successo della gestione dell’emergenza Sandy viene attribuita a W. Craig Fugate, nuovo responsabile di FEMA (la Protezione Civile USA), che proprio sulla “preparazione” alla gestione delle emergenze ha costruito la propria carriera.

Crisis management: il CEO di JP Morgan annuncia perdita su derivati per $2 miliardi

In un raro esempio di buona gestione di crisi, James Dimon, CEO di J.P. Morgan Chase, ha annunciato di persona una perdita da 2 miliardi di dollari registrata dall’istituto finanziario a causa di posizioni prese sul mercato da un trader che operava presso il Chief Investment Office della banca.

James Dimon, CEO di J.P. Morgan gestisce con intelligenza l’annuncio di una perdita da $2 miliardi

Nel corso di una conference call convocata di gran corsa con gli analisti il CEO, considerato secondo il Wall Street Journal il “Re di Wall Street” ha dichiarato che la strategia della banca era “imperfetta, complessa, mal controllata e mal monitorata” descrivendo l’errore come “considerevole e autoinflitto”. Senza mezzi termini, James Dimon ha detto agli analisti che “ammettiamo l’errore, lo correggeremo e andremo avanti”. Sempre nel corso della telefonata il CEO ha inoltre spiegato che l’istituto ha aperto un’inchiesta interna per comprendere le dinamiche di quanto accaduto ammettendo che “molti errori” sono sicuramente stati commessi, “errori di valutazione” così come una certa “leggerezza”.

Assumendosi l’onere dell’annuncio, gestendolo in prima persona e in maniera trasparente senza cercare di alterare o nascondere i fatti, Dimon e i suoi consulenti hanno dato dimostrazione di saper gestire correttamente la situazione.

Ciò nonostante il titolo ha perso il 9% e l’istituto ha subito un downgrade da parte di Fitch che ha motivato la propria decisione così: “il rischio potenziale alla reputazione e le problematiche associate alla gestione del rischio presso JPM non sono più in linea con un rating  AA-”.