“Spin doctor”: continua il dibattito sul sito FERPI

Sul sito Ferpi prosegue con un mio nuovo post sull’argomento il dibattito su “crisis management” e “spinning” scaturito dalla pubblicazione dell’articolo di Gabriele Cazzulini. Lo ripropongo qui per semplicità.

Ringrazio in apertura Luca Poma per la stima espressa. Aggiungo solamente che mio padre è stato nel 1963 uno dei pionieri della professione nel nostro paese, socio fondatore FERPI, e che personalmente mi occupo di comunicazione d’impresa da circa 25 anni.

Detto questo veniamo al dunque. Come a volte capita anche tra chi si occupa di comunicazione, la mancanza di comprensione delle parole e delle espressioni culturali di origine anglosassone, porta allo stravolgimento dei termini stessi.

Partiamo quindi da una corretta definizione dei 3 termini che sono stati utilizzati in maniera erronea come sinonimi: spin doctor, crisis manager, consulente di comunicazione politica.

Per quanto riguarda il termine “spin doctor”, ho già dato nel precedente post una definizione. E se può anche essere vero, come scrive Christian Lalla, che Wikipedia non è il Vangelo, ma non vi è alcun dubbio che il termine oggi descrive quei “mercenari” (sono d’accordo con Luca non si possono chiamare professionisti) il cui lavoro consiste nel manipolare e falsificare le informazioni ad esclusivo beneficio di un referente politico, operando in un contesto che non prevede un quadro etico di riferimento o un codice professionale di comportamento. Il termine, come spiegato nella definizione di Wikipedia, nasce dal modo del baseball dove il lanciatore imprime alla palla una traiettoria volta da “ingannare” il battitore. Possiamo discutere se questa è la reale definizione del termine? Certo possiamo sicuramente farlo ma considerato che tra gli addetti ai lavori e nel gergo comune il vocabolo è così percepito, mi sembra una discussione inutile.

Lo “spin doctor”, a differenza di quanto scrive Gabriele Cazzulini nel suo articolo, dal mio punto di vista non ha nulla in comune con i professionisti della gestione e comunicazione di crisi. Questi ultimi infatti sono guidati nella loro azione, così come ha ben sottolineato Luca Poma, da regole di ingaggio precise e da una metodologia consolidata in oltre 40 anni di esperienza. Tale metodologia, come ho sottolineato più volte sul mio blog, si basa su alcuni principi fondamentali e antitetici alle modalità di azione degli “spin doctor” tra i quali: assunzione di responsabilità, trasparenza, impegno a modificare i propri comportamenti. E ancora, chi si occupa di crisis management non è per definizione “un manipolatore di menti” come erroneamente scrive ancora Gabriele Cazzulini, cosa che invece è lo “spin doctor”. Non si tratta quindi di infilarsi in vicoli ciechi ma di avere invece ben chiaro in mente, anche a beneficio dei giovani che praticano la professione, le definizione delle terminologie che utilizziamo.

Inoltre, mentre lo “spin doctor” si occupa essenzialmente della manipolazione delle informazioni ad uso mediatico, l’esperto di comunicazione e gestione di crisi si preoccupa della comunicazione lineare e trasparente nei confronti di tutti gli stakeholder.

Come ho precedentemente scritto lo “spin doctor” opera al servizio di un referente politico. Ma questo significa, come suggerisce Christian Lalla, che chi si occupa di comunicazione politica è uno “spin doctor”? A mio giudizio assolutamente no. Una cosa è lo “spin doctor”, altra cosa è il professionista di relazioni pubbliche che applica la metodologia della professione al segmento della comunicazione politica. Quindi, mentre posso essere d’accordo con Christian che i professionisti di RP che operano nel campo della politica “lavorano per portare nella politica quella moralità e quell’etica di cui tutti sentiamo il bisogno” (potremmo tuttavia qui aprire un dibattito sul nostro grado di influenza), è evidente che chi si occupa di “spinning” opera con un quadro valoriale antitetico.

Ora che lo “spin doctor”, nell’accezione del termine comunemente accettata e da me qui proposta, possa essere associato, come scrive Toni Muzi Falconi, a quella di altri “relatori pubblici” mi trova d’accordo sul piano linguistico ma in totale disaccordo sul piano sostanziale proprio perché è il quadro etico che fa la differenza, o almeno dovrebbe farla. E’ a mio giudizio importante che la distinzione sia chiaramente fatta tra quanti svolgono la professione in maniera etica e quanti invece hanno rinunciato al ruolo di promotori del dialogo e dell’ascolto tra le diverse componenti della società, per assumere quello di mercenari senza scrupoli della comunicazione al servizio di chi paga di più o peggio ancora di una causa ideologica.

Per concludere se il termine “spin doctor” può avere una valenza dal punto di vista giornalistico nel titolo di un articolo, ma in un contesto professionale come è il nostro il termine andrebbe censurato. Quanto meno deve essere denunciata con fermezza l’incorretta equiparazione dei tre termini. Mi scuserà Gabriele Cazzulini per la critica che ho rivolto al suo articolo, che ha tuttavia avuto il pregio di sollevare un interessante dibattito.

Attendo ora altri commenti.

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