Archivi categoria: Aziende

Crisis management #crisispr: qualche riflessione sulla vicenda #Adecco #waytowork #80days

Dopo Ferrero e il caso del World Nutella Day ecco ora Adecco al centro delle proteste della rete, accusata di aver “rubato” un concept di campagna marketing denominata “Around the World in 80 jobs” a un giovane travel blogger americano.

La Storia

La storia di questa vicenda la racconta Turner Barr in questo post sul suo blog e in questo video su YouTube. Turner è un travel blogger che gira il mondo provando diversi lavori e documentandoli poi sul suo blog. Adecco avrebbe copiato il suo concept senza contattarlo e senza chiedere il suo permesso e avrebbe lanciato un concorso internazionale con lo stesso nome e con le medesime caratteristiche registrandolo con un Trademark.

Le Reazioni

L’iniziativa di Adecco ha suscitato le ire della rete con oltre 1.200 commenti sulla pagina Facebook Way to Work dedicata al concorso in poco più di 48 ore. Commenti estremamente negativi non solo in merito all’iniziativa ma anche molto critici dei toni della comunicazione utilizzati dalla società svizzera nei suoi 2 post dedicati all’argomento. Lo stesso è accaduto su Twitter con migliaia di twit contrassegnati con l’hashtag #makeitright #80jobs #adecco e la comparsa di un account @AdeccoWay2Steal

La strategia di comunicazione di Adecco

Devo sinceramente dire che non mi è assolutamente chiaro se Adecco abbia sviluppato una strategia di comunicazione per gestire questa problematica oppure no. Certo lasciare che sul sito del concorso continuassero a scorre in automatico fino a poche ore fa i Tweet con hashtag #adecco, non denota una gestione particolarmente attenta.

Adeccowaytowork

L’azienda si è premurata di rimuovere dalla rete un video promozionale realizzato a supporto della campagna in cui un attore impersonerebbe lo stesso Turner. Sfortunatamente il video realizzato da Adecco è stato reso nuovamente disponibile online a dimostrazione che pensare di controllare la rete è semplicemente utopico.

Ironico infine, come ha sottolineato qualcuno sulla pagina FB Way to Work, che il sito del concorso Adecco proponesse ai visitatori una funzione di valutazione della propria reputazione online. Evidentemente nessuno ha pensato di riorganizzare i contenuti della pagina.

Net Rep

La pagina del sito Way to Work di Adecco propone una valutazione della propria reputazione digitale https://www.adeccowaytowork.com/en/career-center/tools/181

Alle domande rivolte all’azienda sulla vicenda via Twitter, Adecco ha risposto rinviando alla posizione ufficiale che si ritrova sia nei post su Facebook sia in alcune pagine riservate all’ufficio stampa su diversi siti aziendali, con qualche eccezione. Sotto la posizione in francese. Un testo freddo senza firma, discutibile nei suoi contenuti e utilizzabile forse in un contesto di ufficio stampa ma sicuramente non nell’ambito dei social media.

Adecco position

Per quanto riguarda Facebook, Adecco sembra aver deciso, correttamente, di non rispondere individualmente ai membri della comunità che protestano sulla pagina del concorso. Per altro è opportuno notare che la protesta non si è al momento allargata alle altre pagine FB dell’azienda, anche se è presto per escludere che questo non accadrà nelle prossime ore.

Evidentemente al momento l’azienda ha ritenuto opportuno lasciar sfogare gli animi nella speranza, o nella convinzione, che alla fine la vicenda si risolverà in una bolla di sapone “social”. Tuttavia bisogna chiedersi se 48 ore e più di silenzio sono destinate a sgonfiare la protesta o ad alimentarla ulteriormente tanto più che la posizione espressa da Adecco nella sue dichiarazioni è piuttosto debole.

Contaminazione dei media tradizionali

Nel caso della Ferrero, che dopo aver avviato un procedimento legale contro Sara Russo, la giovane blogger rea di aver inventato e organizzato il “World Nutella Day” ha poi rapidamente fatto marcia indietro davanti alle reazioni presumo impreviste di media sociali e tradizionali, la notizia era rapidamente tracimata dal mondo dei social media ai più autorevoli quotidiani internazionali tra i quali anche Business Week, ABC News e il New York Times. Nel caso Adecco la notizia/protesta è destinata a fare lo stesso salto? E’ abbastanza probabile.

I valori dell’azienda

La vicenda Adecco-Turner Barr deve anche essere analizzata nel contesto dei “valori” che il  gruppo Adecco dice di condividere e che sono ben visibili nella sezione Responsabilità Sociale presente su tutti i siti dell’azienda. In particolare scrive Adecco Il nostro impegno è dunque di guadagnare la fiducia e la lealtà dei nostri colleghi, dei clienti, degli azionisti, delle comunità in cui operiamo nonché di ciascuno di noi, svolgendo il nostro lavoro conformemente a questo Codice di Condotta aziendale e ai nostri valori fondamentali di rispetto, responsabilità, onestà e integrità.” 

Alla luce di questa vicenda se questi “valori” sono solo di facciata o se qualcuno all’interno dell’azienda li ha semplicemente “dimenticati”.

Qualche riflessione sul caso

Al di là di quelle che possono essere le strategie di comunicazione di Adecco per gestire questa issue sui media sociali e oltre, e di un analisi/critica puntuale delle stesse, il caso si presta per condividere qualche riflessione personale:

  • Fosse accaduto 10 anni fa il caso Turner Barr sarebbe probabilmente rimasto avvolto nell’ombra. Oggi grazie alla rete e ai media sociali il grido di dolore di uno diventa la protesta di molti. La contaminazione tra media sociali e media tradizionali amplifica ulteriormente gli eventi.
  • Non è ancora chiaro se l’iniziativa di marketing avviata da Adecco sia stata pensata all’interno dell’azienda o acquistata da un’agenzia esterna. Difficile comunque credere, come ha sottolineato qualcuno sulla pagina FB del concorso, che nessuno si sia preoccupato di utilizzare Google per controllare che un’iniziativa analoga non fosse già stata avviata da altri anche considerando che l’azienda ha incaricato un importante studio legale di registrare il concorso con un TM.
  • La reputazione aziendale dipende da diversi fattori. La coerenza tra valori aziendali e comportamenti è di fondamentale importanza ai fini della reputazione delle organizzazioni.
  • Le informazioni, una volta comparse in rete, sono indelebili.
  • Nell’ambito delle organizzazioni e delle imprese si stanno creando  “silos” tra chi si occupa di marketing, marketing digitale e comunicazione d’impresa. Questi steccati sono estremamente pericolosi poiché sottraggono ai responsabili della comunicazione e relazioni pubbliche quelle funzioni di “controllo” e “indirizzo” che sono proprie della funzione di RP che vede tra i suoi principali obiettivi proprio quello di tutelare la reputazione aziendale.
  • Il management aziendale continua, per la stragrande maggioranza, a non comprendere i cambiamenti epocali introdotti dai media sociali, i livelli di trasparenza da questi indotti, e troppo spesso affidano le funzioni aziendali preposte alla loro gestione a persone troppo giovani che forse dimostrano grandi capacità di marketing digitale ma una scarsa sensibilità agli aspetti più sofisticati della comunicazione e della gestione delle relazioni.
  • Singoli e organizzazioni possono commettere errori. E’ parte della natura umana. Ma oggi più che mai è necessario saper riconoscere i propri errori e intervenire con autorevolezza e tempestività per correggerli.

Quando il silenzio interrompe la comunicazione: il suicidio di David Rossi, #MPS #CrisisPr

Ieri sera alle 22 mi è giunta una notifica sul cellulare: David Rossi, direttore comunicazione del Monte dei Paschi di Siena si era tolto la vita. Mi si è gelato il sangue. Ho pensato alla sua famiglia. Ho pensato alla nostra professione.

Quando alcuni mesi fa scoppiò il caso Monte dei Paschi mi interrogai ancora una volta sul nostro ruolo di professionisti della comunicazione. Messi sotto inchiesta sia l’ex direttore generale MPS Antonio Vigni sia il responsabile dell’area legale per “false comunicazioni agli organisimi di vigilanza” suggerii ad alcuni colleghi che il prossimo nella lista non avrebbe potuto che essere il responsabile comunicazione, e perché no anche l’agenzia di RP qualora ne avessero utilizzata una. Ero stato anche tentato di scrivere un post proprio su questo argomento ma avevo poi desistito. Ecco perchè la notizia di ieri sera è stata ancora più scioccante.

Nessuno saprà mai quali sono i veri motivi che hanno spinto David a compiere un gesto così estremo.

I drammatici eventi di Rocca Salimbeni ci impongono tuttavia qualche sintetica riflessione, perchè dalle tragedie bisogna sempre poter trarre qualche insegnamento.

Burattini o burattinai?

Per anni ci siamo tutti crogiolati nell’idea che finalmente la “comunicazione” fosse stata accettata dal management come “leva strategica” dell’impresa. Abbiamo pensato che il professionista della comunicazione avesse finalmente acquisito il suo giusto “status”: rispettato, ascoltato e perché no, anche consultato dal top management. Oggi dobbiamo invece seriamente chiederci se quello che è prevalso non è il peggiore dei modelli di comunicazione ovvero quello che vede nello “spinning” ovvero nella “manipolazione” dell’informazione la sua finalità. Siamo quindi tutti ignari burattini al servizio del burattinaio di turno? O peggio siamo protagonisti attivi e consapevoli della manipolazione delle informazioni?

Il crisis management è una questione di cultura

Dalle pagine di questo blog ho più volte sottolineato che il crisis management non  si improvvisa e che un efficace gestione di crisi dipende in gran parte dalla “cultura d’impresa”. Monte dei Paschi di Siena è stato travolto da uno tsumani di proporzioni storiche. Ma chi si è preoccupato della gestione di crisi? Che cosa ha fatto il nuovo top management per gestire al meglio questa difficile situazione al di là di averla portato allo scoperto? E’ stata costituita un’unità di crisi con il pieno coinvolgimento del top management? Sono stati chiamati dei professionisti a supporto?

Uno degli elementi più complessi da gestire in una situazione di crisi è la dimensione psicologica. In una determinata situazione nessun individuo reagisce allo stesso modo. A volte, persone che nella quotidianità sembrano fragili, in situazioni di difficoltà danno il meglio di loro stessi. A volte vice versa. Vi è comunque sempre bisogno di un gruppo coeso e affiatato e di una chiara leadership.

Mi sembra che David Rossi, stimato professionista, sia stato lasciato solo. Solo a gestire una paurosa onda mediatica le cui proporzioni sono probabilmente comprensibili solo a chi si occupa di comunicazione. Solo a gestire le perquisizioni della Guardia di Finanza nel suo ufficio e presso la sua abitazione. Tutto questo in un momento drammatico della sua vita come lo è la perdita di un padre.

Se David Rossi non fosse stato lasciato solo, se qualcuno avesse avuto il buon senso di allontanarlo concedendogli un periodo sabbatico, lui così legato al precedente management, forse e dico forse, non saremmo qui a meditare – da professionisti della comunicazione – su quanto è accaduto.

Oggi non resta purtroppo che rivolgere alla moglie e ai due figli un affettuoso quanto triste pensiero.

Crisis management: il CEO di JP Morgan annuncia perdita su derivati per $2 miliardi

In un raro esempio di buona gestione di crisi, James Dimon, CEO di J.P. Morgan Chase, ha annunciato di persona una perdita da 2 miliardi di dollari registrata dall’istituto finanziario a causa di posizioni prese sul mercato da un trader che operava presso il Chief Investment Office della banca.

James Dimon, CEO di J.P. Morgan gestisce con intelligenza l’annuncio di una perdita da $2 miliardi

Nel corso di una conference call convocata di gran corsa con gli analisti il CEO, considerato secondo il Wall Street Journal il “Re di Wall Street” ha dichiarato che la strategia della banca era “imperfetta, complessa, mal controllata e mal monitorata” descrivendo l’errore come “considerevole e autoinflitto”. Senza mezzi termini, James Dimon ha detto agli analisti che “ammettiamo l’errore, lo correggeremo e andremo avanti”. Sempre nel corso della telefonata il CEO ha inoltre spiegato che l’istituto ha aperto un’inchiesta interna per comprendere le dinamiche di quanto accaduto ammettendo che “molti errori” sono sicuramente stati commessi, “errori di valutazione” così come una certa “leggerezza”.

Assumendosi l’onere dell’annuncio, gestendolo in prima persona e in maniera trasparente senza cercare di alterare o nascondere i fatti, Dimon e i suoi consulenti hanno dato dimostrazione di saper gestire correttamente la situazione.

Ciò nonostante il titolo ha perso il 9% e l’istituto ha subito un downgrade da parte di Fitch che ha motivato la propria decisione così: “il rischio potenziale alla reputazione e le problematiche associate alla gestione del rischio presso JPM non sono più in linea con un rating  AA-”.

Crisis management: #Costa Crociere, un problema di cultura

A circa un mese dal tragico naufragio della Costa Concordia i contorni della vicenda appaiono ancora piuttosto confusi e molto, a mio personale giudizio, resta ancora da chiarire soprattutto sul fronte delle responsabilità della compagnia di navigazione, del suo management e della capogruppo Carnival.

Ciononostante appare del tutto evidente che, a prescindere dai comportamenti del Comandante sui quali si esprimerà la magistratura, Costa Crociere abbia gestito la fase di emergenza senza la necessaria professionalità e preparazione. E in questo contesto sbagliano a mio avviso i colleghi come Beppe Facchetti, Presidente Assorel che nel suo articolo sul sito FERPI definisce l’evento “quasi senza precedenti”. Il crisis management si fonda infatti sulla messa a punto di meccanismi di intervento e risposta basati su quelli che nella cultura anglosassone si chiamano i “worst case scenario”. Uno degli elementi fondamentali della preparazione alla gestione di crisi sta quindi nella capacità di “immaginare” tali scenari e nell’individuazione delle potenziali concatenazioni di ulteriori eventi nefasti e destabilizzanti, traducendo successivamente i “key learnings” in nuove procedure operative. In altre parole, in fase di preparazione, è necessario continuamente valutare lo scenario in un’ottica “what if…” riconducendo poi il percorso di conoscenza così acquisito alla realtà operativa.

Con questi presupposti, non stupisce quindi che la gestione della comunicazione da parte di Costa Crociere sia stata caratterizzata da tempistiche, modalità e contenuti assolutamente inadeguati. Questo per non parlare dello sforzo sul fronte internazionale, a mio giudizio “disastroso”, frutto di una visione “provinciale” tipica del nostro paese. E anche in questo caso dissento dalle valutazioni di Beppe Facchetti quando parla di presidio della situazione come “da manuale”. “L’eccezionale” team di comunicazione schierato ha infatti dimostrato diversi limiti, ma uno insuperabile: la mancanza di esperienza nella gestione di crisi con perdita di vite umane, con ramificazioni internazionali e con appeal mediatico così forte. Scrive Patrick Lagadec in uno dei suoi libri: “Per gestire una crisi occorre sapere imparare rapidamente. Per imparare rapidamente nel corso di una crisi è necessario aver imparato molto prima”.

La lezione deve quindi essere chiara per tutti: se non ci sei già passato, non sei in grado di individuare le priorità, di fornire consigli validi al cliente e di governare credibilmente la comunicazione. Forse Beppe Facchetti intendeva suggerire che la gestione della comunicazione è avvenuta seguendo “il manuale” di crisi, e questo spiegherebbe una serie di errori sul fronte dei contenuti come ad esempio quello di parlare delle certificazioni ISO ambientali ottenute da Costa Crociere mentre nella pancia della nave sono stivate 2400 tonnellate di carburante pronte a sversarsi in mare. Se nella tragedia non si fossero perse vite umane, si potrebbe forse anche sorridere.

Potremmo dilungarci in meticolose analisi sul caso della Costa Concordia, analizzando nel dettaglio azioni, tempistiche, contenuti, esercizio per altro egregiamente svolto dal collega Luca Poma. Un esercizio che auspico venga comunque condotto dalla stessa Costa Crociere e dai suoi consulenti, nella speranza di poter assistere in un prossimo futuro ad un cambiamento “culturale”.

Desidero invece cogliere spunto dai tragici eventi del Giglio per allargare la riflessione.

  1. L’uso del termine “crisi”. Come ho più volte scritto, il termine “crisi” è da anni impropriamente utilizzato, in primis proprio da noi comunicatori ma anche dai mass media, per descrivere qualsiasi problematica (“issue”) aziendale. Questo ha portato nel tempo ad una banalizzazione del termine, e, di conseguenza, delle professionalità e delle caratteristiche umane necessarie per affrontare con serietà le reali situazioni di emergenza.
  2. Crisis management vs crisis communications. La banalizzazione di cui sopra accompagnata da un lato da una scarsa comprensione delle metodologie che sono alla base di una corretta preparazione alla gestione di crisi e dall’altro da un’assenza di “cultura” della gestione del rischio ha avuto un secondo effetto. Ovvero quello di rendere indistinguibile la linea che divide la gestione della crisi dalla comunicazione di crisi. E qui mi trovo perfettamente d’accordo con Beppe Facchetti quando sottolinea che la comunicazione è uno “strumento” e, aggiungo io, non la panacea che risolve tutti i problemi. Come ben evidenzia il caso Costa Crociere, un’efficace “comunicazione” di crisi non può prescindere da un’adeguata “gestione” della crisi.
  3. Siamo tutti esperti di “crisis”. Il terzo effetto della banalizzazione del termine “crisi” riguarda le professionalità necessarie ad affiancare i clienti in situazioni critiche. Non esiste infatti oggi in Italia un agenzia di RP che non offra tra i propri servizi il “crisis management”. Ultimi arrivati i pseudo esperti di social media che dall’alto della loro esperienza (quale?) dispensano (in rete) critiche e suggerimenti. Dobbiamo chiederci onestamente da dove nascono tutte queste competenze, considerato che il numero di crisi vere e reali degli ultimi 10 anni è piuttosto esiguo. In occasione di un seminario introduttivo al crisis management organizzato da FERPI a Milano ho chiaramente sottolineato ai partecipanti che questa non è un’area di competenza nella quale ci si può improvvisare. La comunicazione di crisi non è la gestione di un ufficio stampa. In una situazione di crisi la capacità del cliente di gestire la situazione dipende in larga misura dalla capacità del professionista di fornire consulenza ed operatività. Tra tutte le discipline delle RP, è nel crisis management che facciamo la differenza soprattutto quando sono in gioco vite umane. E per fare la differenza, oltre a conoscere la metodologia e avere acquisito esperienza, è necessario possedere delle doti personali: capacità di lavorare in condizioni elevate di stress per periodi di tempo prolungati, capacità di anticipare la concatenazione possibile degli eventi, conoscenza delle piattaforme di comunicazione, capacità di organizzare e coordinare un team di lavoro ampio, autorevolezza nel presentare le proprie analisi al top management per indirizzarne le azioni, autocontrollo, sensibilità umana, leadership. Il profilo sbagliato compromette la capacità dell’organizzazione di rispondere con efficacia. Capitano Schettino docet.
  4. Crisis communications vs spinning. Il quarto aspetto che desidero enfatizzare è di natura culturale e riguarda ancora una volta l’uso improprio della terminologia. Mi riferisco qui al concetto di “spinning” o a quello di “spin doctors” erroneamente proposto come modello o sinomino “crisis management” anche ahimè in una serie di articoli pubblicati sul sito FERPI. Pensare che sia possibile e auspicabile per un azienda superare situazioni di crisi “manipolando” le informazioni anziché assumersi la responsabilità per gli eventi è espressione di una scuola di pensiero, purtroppo comune se non prevalente in questo paese, che dobbiamo in qualità di professionisti rifiutare. Alla base del crisis management deve esserci una visione “responsabile ed etica” dell’impresa.
  5. Semper paratus. “Il tema fondamentale della organizzazione della sicurezza: scialuppe che non scendono, personale che non sa cosa fare, scarsa preparazione a gestire l’emergenza, ordini maldestri come quello assurdo di tornare nelle cabine. La confusione che c’è stata rivela un’incredibile trascuratezza nell’applicazione delle norme di sicurezza. Invece questo settore va organizzato prima con esercitazioni e simulazioni, e l’emergenza gestita dopo”. Sono queste le parole del Procuratore Generale della Toscana, Beniamino Deidda. Parole di buon senso che sottolineano come sia importante non solo scrivere un bel manuale di gestione di crisi ma sopratutto sincerarsi attraverso un processo di esercitazione che – in una situazione di emergenza – tutte le funzioni siano in grado di svolgere il proprio compito.
  6. Non basta essere pronti, è necessario avere “cultura”. Il crisis management non è costituito da una serie di tecniche o procedure implementate correttamente. Il crisis management è la logica conseguenza di una cultura aziendale sensibile alla gestione del rischio. La preparazione alla gestione di crisi rappresenta il percorso migliore per aiutare le imprese a sviluppare una cultura della gestione e della comunicazione di crisi, per permettere all’organizzazione di sviluppare “i corretti meccanismi di reazione nelle tempistiche giuste”.
  7. La Responsabilità Sociale dell’Impresa. Da diversi anni parliamo e sentiamo parlare di Responsabilità Sociale dell’Impresa. Ma la preparazione alla gestione e alla comunicazione di crisi non dovrebbe essere la prima attività messa in campo da un’azienda che si dice “socialmente responsabile”?

Nel corso degli ultimi 15 anni siamo collettivamente riusciti a trasformare le relazioni pubbliche da professione a “commodity” dove la principale variabile è ormai dettata dal costo e dove chiunque può improvvisarsi “consulente”. Cerchiamo responsabilmente di non fare la stessa cosa con il “crisis management”.

#Crisismanagement #Costa #Concordia: i legali prendono il comando della comunicazione

L’eterna battaglia tra legali e comunicatori trova nuove conferme nella crisi Costa Crociere. In un twit di qualche ora fa Luisa Baldini (www.twitter.com/luisabaldini1) Corrispondente della BBC scrive “CEO of #Costa, Foschi, pulls out of interview I was supposed to do on behalf of English speaking broadcasters, on the advice of lawyers.”

Se ieri avevo espresso dei dubbi sulla strategia di comunicazione adottata da Costa Crociere oggi possiamo affermare con certezza che non saranno gli esperti di crisis management (a patto che Costa Crociere ne avesse a bordo qualcuno) a dettare la linea di comunicazione della compagnia di navigazione. Una sconfitta in questo caso pienamente meritata considerato come è stata gestita la crisi e la comunicazione. Ma non un esito scontato. Nei migliori casi di crisis management infatti legali e comunicatori lavorano fianco a fianco nell’interesse del cliente senza che i primi prevalgano necessariamente sui secondi.

#Costa #Concordia: naufraga anche la strategia di comunicazione?

La strategia di comunicazione messa a punto dal management Costa Crociere, dai consulenti esterni e presumibilmente dai legali a seguito del naufragio della Costa Concordia sembra essersi infranta oggi sugli scogli delle analisi telefoniche. Secondo quanto riportato dai principali mezzi di informazione infatti, in base all’analisi di 10 telefonate (Corriere della Sera), il Capitano Francesco Schettino avrebbe tempestivamente informato la compagnia della gravità della situazione, fatto questo fino ad ora smentito da Costa Crociere. Se le rivelazioni fossero confermate questo avrebbe un impatto devastante sulla credibilità del management della compagnia di navigazione.

Pier Luigi Foschi, AD, Costra Crociere (ANSA)

A dire il vero rovesciare sin dall’inizio tutte le responsabilità sul Capitano della Costa Concordia non mi era sembrata una mossa azzeccata. 40 anni di case history internazionali di gestione di crisi insegnano infatti che a prescindere dalle colpe dei singoli, che vengono inevitabilmente individuate nel tempo dalle commissioni di inchiesta e dalla magistratura, è compito del CEO dell’azienda assumersi in prima persona la piena responsabilità degli eventi.

Ma non è a mio giudizio questo uno degli elementi più sconcertanti della vicenda. Guido Bertolaso, ex capo della protezione civile, in una lettera pubblicata oggi dal Corriere della Sera pone – tra l’altro – l’accento sulla mancanza di un sistema di controllo del trasporto marittimo a differenza da quanto avviene per il trasporto aereo.

Partendo da questa riflessione è necessario chiedersi come Costa Crociere avesse organizzato il sistema di gestione della propria flotta, la  maggiore in Europa, ovvero una flotta composta da ben 16 navi da crociera. Possibile che non vi fosse presso la sede centrale un semplice sistema di monitoraggio via GPS delle navi? Possibile che all’interno del sistema di monitoraggio non fossero stati programmati una serie di allarmi associati alla cartografia, alla rotta programmata, alle distanze minime dalla costa? Possibile che questi allarmi non fossero stati programmati anche nella sala di comando della nave? Onestamente sembra difficile crederlo.

Se tale sistema fosse effettivamente in funzione presso Costa Crociere le responsabilità della compagnia nel naufragio della Costa Concordia sarebbero oggettivamente molto gravi. La sua assenza tuttavia lascerebbe sconcertati.

Gestione di crisi #Costa #Concordia: quali sono stati i prodromi?

In questi giorni molto si è scritto sulla gestione di crisi da parte di Costa Crociere in occasione del tragico naufragio della Costa Concordia. Diverse le opinioni fino ad oggi espresse dagli “esperti” di crisis management intervistati dai media e da quelli, sopratutto “esperti di social media” che trovano in rete uno spazio per esprimere – spesso a sproposito – le loro opinioni. Da parte mia mi riservo di pubblicare a breve un documento di analisi più serio e ponderato il cui fine non sarà quello di criticare Costa Crociere per come ha gestito la situazione ma bensì di identificare i key learnings che permettano di innalzare il livello culturale del nostro paese in tema di comunicazione e gestione di crisi.

Detto questo, alcune riflessioni iniziali relative alla vicenda della Costa Concordia si trovano  nell’intervista che avevo rilasciato lo scorso anno a FERPI Notizie.

E proprio partendo da questa riflessione mi chiedo quali siano stati negli anni o nei mesi scorsi i campanelli di allarme che sono stati ingnorati dal management aziendale e dal responsabile dell’unità di crisi di Costa Crociere. Come è ben noto infatti, tutte le crisi hanno i loro prodromi. Sono quindi pronto a scommettere che nei prossimi giorni, scavando nel profilo psicologico del Capitano Schettino e nelle procedure seguite dai capitani della Costa Crociere sulle navi e in navigazione scopriremo com molta probabilità che i prodromi ci sono stati ma che nessuno è stato in grado di coglierli.